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  • Un bel tentativo di marketing con la Coastal Crew

    I video della Coastal Crew hanno da sempre quel tocco di mountain bike nella sua vera essenza. Foreste, trail, terra, salti, etc. Tipo questo:

    The Burn from The Coastal Crew on Vimeo.

    Poi arrivano le ebike. E allora ecco che anche loro vengono convinti a provarle. Sono scettici (Skeptical è infatti il titolo del loro ultimo video) ma nonostante ciò alla fine lo sono meno. Ovviamente il video, classico esempio di foreste, trail, terra, salti, etc. non fa altro che mostrare che anche con le ebike la Coastal Crew spacca…

    costal_crew_specialized_turbo_levo_video

    Il video è bello e la sensazione trasmessa probabilmente quella giusta. Ma è anche un tentativo di ‘vendere’ un prodotto, ancora percepito come snaturante la mtb, ad un pubblico più ‘purista’. Come se il messaggio fosse ‘se anche dei puristi di foreste, trail, terra, salti, etc. apprezzano un’ebike, puoi farlo anche tu’.

    Skeptical By The Coastal Crew from The Coastal Crew on Vimeo.

    Bel tentativo, davvero, marketing allo stato puro. Ma finchè la gamba va, lasciala andare…

  • 4Enduro, il circuito nel triangolo dell’enduro italiano

    C’è un posto in Italia che sta all’enduro come l’Appennino tra Romagna e Marche sta alle moto. Potremmo definirlo il triangolo dell’endurista, o anche quadrilatero, ma due località sono così vicine che verrebbe un alto piccolo piccolo. Comunque lo vogliate intendere, da questo poligono vengono fuori 4 personaggi che spesso, se non sempre, potete trovare tra i primi 10 (a volte 5) posti delle classifiche delle gare nazionali di enduro.

    Dopo questa lunga premessa, appare chiaro il motivo che ha portato alla nascita di un circuito tutto locale ma decisamente di alta gamma nelle 4 località chiave di questa area: Pogno, Coggiola, Rive Rosse e Trivero. Per la cronaca il circuito, che inizia a marzo 2017, si chiama 4 Enduro.

    I 4 personaggi di cui sopra sono i fratelli Alex e Denny Lupato, Davide Sottocornola e Matteo Raimondi.

    oasi_zegna_2016_alex_lupato

    Alex è fresco di parto (nel senso, non lui, ma la sua Chiara) è ora diventato papà Lupato (di Leonardo, congratulazioni a tutta la famiglia!) e, partendo da Coggiola, ha messo sul braccio sinistro una buona dose di maniche tricolori di campione italiano enduro.

    oasi_zegna_2016_denny_lupato

    A mordergli i polpacci, anche se spesso si invertono le parti, suo fratello Denny, zio Lupato.

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    Sul fronte Pogno non possiamo che trovare Davide Sottocornola, il ‘vecchietto’ del gruppo, che sta vivendo una seconda gioventù, da pro o quasi, che lo ha portato recentemente al quarto posto della Megavalanche della Reunion.

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    Ultimo, ma solo perchè è il più giovane della cricca, Matteo Raimondi, che negli ultimi tempi ha scalzato ‘zio’ S8 dal trono di re di Pogno.

    4enduro_logo_20161212

    A far da palcoscenico a a questi 4 che molto verosimilmente se le daranno di santa ragione sulle speciali, insieme a tutti gli altri rider che vi prenderanno parte, ecco gli appuntamenti:

    5 Marzo – Rive Rosse, il posto meno montagnoso dei 4, ma mi ha fatto un certo effetto girarci per via dei caratteristici sali scendi terrosi/sabbiosi che sono, appunto, rossi.

    26 Marzo – Coggiola insieme a Pogno uno dei pochi posti che quando organizza gare di enduro, di qualunque circuito facciano parte, posrta centinaia e centinaia di partecipanti.

    9 Aprile – Pogno, vale quanto sopra.

    7 Maggio – Trivero, Oasi Zegna, ci sono stato poco tempo fa e diciamo che promette bene come il nome che porta…

    Detto questo un in bocca al lupo ai Lupi di Coggiola (auguri anche a Nonno Lupato!), ai gufi di Pogno, al Team Rive Rosse e, ovviamente, al Bike Park Oasi Zegna.

    Per maggiori informazioni: 4enduro.it

  • Internazionale CX Brugherio Parco Increa

    Il ciclocross è nato in Francia dove d’inverno i ciclisti, per tenersi in forma, passavano con le loro bici nei prati. In questo modo allenavano e mettevano alla prova la forza muscolare, il fiato e la capacità di guida del mezzo, alternando alla pedalata i momenti in cui bisognava correre per scavalcare i fossi o superare salite troppo ripide.

    cx_brugherio_2016_saliapiedi

    Volendo declinarlo in altra maniera, meno professionale e agonistica, è divertimento vero!

    cx_brugherio_2016_fruet_pantano

    O almeno è quello che ho pensato domenica 27 novembre all’Internazionale CX di Brugherio, nel Parco Increa. Dopo una mattinata in bici sono andato a vedere la gara Open ed è stato un sacco bello.

    Non ho mai assistito in prima persona ad una gara di CX a parte quella del circuito italiano singlespeed un paio di anni fa (qui il resoconto di Michele) e stavolta sono andato a vedere una gara di quelle importanti, per l’Italia, con centinaia e centinaia di partecipanti.

    cx_brugherio_2016_drift_offcamber

    Ora, non sono un esperto conoscitore del settore, ma so che il CX lo praticano in inverno molti ciclisti di varie discipline, dalla mountain alla strada, che in mancanza di gare e per preparare la stagione a venire, si buttano in mezzo al fango.

    cx_brugherio_2016_braidot

    Tra i nomi che conoscevo c’erano Luca Braidot (settimo a Rio nella gara olimpica di XC), Martino Fruet e Pippo Lamastra. Non me ne vogliano gli altri, ma è stata la mia prima volta!

    cx_brugherio_2016_bartolini

    C’era anche Gioele Bertolini, campione italiano in carica, che dopo una lunga gara a due con Braidot lo ha staccato più o meno negli 3/4 giri per andare a vincere in solitaria.

    cx_brugherio_2016_people

    Il percorso era sulla sponda nord del laghetto del Parco Increa e dopo una settimana umidiccia in Pianiura Padana c’è stato un insolito sole ‘caldo’ per essere fine novembre. Il pantano nel prato e in alcuni passaggi del percorso mi sa invece che non era per niente insolito.

    cx_brugherio_2016_lamastra_pantano

    Una sorta di giro dell’oca fattucciato con passaggi che via via si asciugavano e altri che invece diventavano pura melma.

    cx_brugherio_2016_bartolini_braidot_offcamber

    Su e giù tra sponde del laghetto in contropendenza e salita, rigorosamente a piedi, su brevi ma ripidi muretti fangosi.

    cx_brugherio_2016_labirinto

    La spirale, con entrata a uscita era davvero particolare. Credo che se l’avessi fatta io sarei ancora li dentro a girare come un criceto.

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    Gli immancabili gradoni in salita, quelli su cui d’inverno girano un sacco di video di chi ci cade dentro, chi se li fa tutto ollando, chi se li fa a piedi etc etc.

    cx_brugherio_2016_muro

    Muretti praticamente verticali, dove comunque i ragazzi pedalavano in sella o quasi…

    cx_brugherio_2016_arrivo_bertolini

    E poi, alla fine, Bertolini che si fa il rettilineo finale in impennata per la gioia dei fotografi all’arrivo.

    Vediamo se mi capita di farne una, di gara di cx…

  • L’incidente del 2013 di Cedric Gracia alla Reunion

    Certo che ne ha di sangue freddo il ragazzo. Quanti avrebbero perso la testa al suo posto? Relativa calma e sangue freddo per una cosa avrebbe potuto ucciderlo. Soprattutto prontezza di riflessi,

    Un video impressionante ma che forse ci fa capire che un minimo di conoscenze in caso di emergenza dovremmo farle nostre. Chapeau, Cedric, chapeau.

    lathuile_2014_cedric_gracia

  • Gracia e Sottocornola vs. Pick up alla Megavalanche della Reunion

    Domenica 27 novembre c’è stata la megavalanche dell’isola della Reunion, in mezzo all’oceano Indiano. Ha vinto Remy Absalon che con questa, tra Alpe d’Huez e Reunion, fa 12 vittoria alla Mega.

    Secondo è arrivato Jerome Clementz e terzo Cedric Gracia. Subito dopo di lui Davide Sottocornola. L’italiano e il francese hanno duellato per la terza piazza e in più, nel bel mezzo del percorso, hanno anche avuto a che fare con un simpatico pick up che gli ha sbarrato la strada.

    cedric_gracia_davide_sottocornola_megavalanche_le_reunion_2016

    Come ha scritto Gracia nel video (minuto 1.54 circa) WTF!!!

  • Inversioni di tendenza: il peso in DH ed enduro.

    Una volta si chiamavano cancelli. Non è il titolo di un film ma è quello con cui comunemente si definivano alcune, se non tutte, le bici da discesa non più tardi di un decennio fa. La parola enduro era più che altro un modello di uno dei colossi del ciclismo mondiale e, per quanto mi riguarda, era la bici che usava un certo Darren Berrecloth in questo video qua.

    Erano anni in cui i manubri raramente raggiungevano i 71 centimetri di larghezza mentre spesso le bici raggiungevano i 20 chilogrammi di peso. Non solo quelle del rider della domenica ma anche quelle dei piloti nel weekend di gara di coppa del mondo e simili. Vedi Fabien Barel in NWD 8.

    Tra l’altro, se notate la bici di Barel ha verosimilmente su i Sun Ringlè MTX 33, che più o meno da sempre hanno 26 di canale interno. E pensare che 10 anni erano visti si come resistenti ma anche come delle putrelle e che, oggi, tutti impazziamo per quella grande ‘innovazione’ che sono i cerchi con i canali più larghi… Ma questa è un’altra storia…

    Tornando in tema, credo che sul finire dei primi anni 2000, tra 2008 e 2010, c’è stata la prima inversione di tendenza sul peso della bici da downhill. Credo sia dovuta a tre, facciamo quattro, cose in particolare.

    1. L’avvento sul circuito di coppa del mondo di piste come Pietermaritzburg e Canberra, sostanzialmente piatte e sostanzialmente da pedalare. Con 20 chili sotto le chiappe, hai voglia a farlo. E poi si sa ce quello che si vede in gara viene poi comprato dai rider ‘domestici’.

    2. Il miglioramento delle gomme tubeless. Senza entrare in disquisizioni tecniche, sono migliorati i cerchi (che tengono meglio), sono migliorate le gomme (che pesano meno), si tolgono le camere d’aria (che pesavano un sacco). Non so quanti si ricordano del letale mix cerchio-camera-gomma da dh, ma credo in molti casi si arrivava a cinque sei chili tutto compreso (per due ruote si intende) se non di più.

    3. L’inizio della diffusione del carbonio. Prima si vedevano solo selle e reggisella, poi i manubri, poi le ruote e infine parti di telaio e telai interi. Ovviamente intendo come mezzo gara da usare per un weekend e/o per una stagione, di prototipi e tentativi vari ce ne saranno stati moltissimi a partire dagli anni 90. All’inizio inizio non era proprio così, ma sappiamo oggi che carbonio non è sinonimo di leggerezza. Credo che i livelli di peso attuali, tra carbonio e alluminio, siano dovuti al fatto che molti costruttori siano stati ‘costretti’ a rivedere tubazioni e costruzioni varie per rendere, alla massa, appetibile per il peso anche un telaio in alluminio. Vi ricordo che sto parlando di discesa, non XC.

    4. L’ultimo elemento è il boom dell’enduro. Qui, per necessità, visti i lunghi tratti pedalati nei trasferimenti e nelle prove speciali si è reso necessario trovare un compromesso tra peso da portarsi in giro e resistenza in discesa e in generale. Avendo percorsi simili, non uguali, ma simili come terreno ma anche differenti per durata è verosimile che si sia utilizzato qualche ‘trucco’ nello scambio dei pesi tra DH ed enduro e viceversa.

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    Per andare al punto, in una delle ultime Superenduro a Diano Marina mi ricordo una bici di Alex Lupato che pesava meno di 13 chilogrammi e una bici di Paul Aston, che ora scrive su Pinkbike ma bazzica da anni i circuiti italiani e l’Italia in generale, con una Yeti, con forca e ammo a molla e gomme da DH che pesava sui 16 chilogrammi.

    inversioni_di_tendenza_2016_yeti_aston_2013

    All’epoca mi ricordo in molti ‘Ah che figata come è leggera, deve essere una bomba’ da una parte e, dall’altra, ‘cavolo è come portare su una bici da DH, io non ce la farei. Un pazzo!’. Si perchè in quegli anni, credo fosse il 2013, erano uscite le versioni finali in carbonio di alcune bici di coppa del mondo e voci di corridoio volevano che il loro peso fosse sui 16/17 chilogrammi, 4 in meno rispetto a pochi anni prima e decisamente in linea con la bici di Paul.

    Poi è cambiato tutto. La lavorazione del carbonio è stata perfezionata e, in pratica, capita spesso che su una bici da discesa, da gara, gli unici pezzi in metallo siano i dischi dei freni, steli e foderi della forcella e dell’ammo e le varie viti. Poca roba e pochi chili, insomma.

    Una delle bici più estreme è questa, più un progetto che una bici, di Fabien Cuisiniè, il team manager del team UR Polygon. La bici è una Polygon Collosus che il buon francese, coinvolgendo i vari brand sponsor del team ha portato a 13 chilogrammi circa. In pratica come la bici da enduro, 26 pollici, di Alex di solo 3 anni fa.

    Nell’enduro e nella mountain bike in generale, lo sapete meglio di me, sono semi scomparse le ruote da 26 pollici e ci sono ormai 27,5 e 29 pollici. Cose più grandi che solo per una mera questione fisica, di massa, richiedono più materiale e quindi più peso. Magari poco, ma comunque di più.

    In più, sempre nell’enduro, sta tornando la molla, ma di questo ne parliamo in un altro momento, dove i pesi sono superiori, anche se di poco, rispetto ad un ammo ad aria.

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    Ovviamente, se c’è, è una minima inversione di tendenza, quella di un enduro con bici più pesanti e di una dh con bici più leggere.

    Ma una spiegazione, più logica che scientifica o ingegneristica, grossomodo può essere questa:
    in discesa la gara è su una discesa (ma va?) secca, nel senso di o la va o spacca. E’ quindi più comprensibile la ricerca di mezzi più leggeri o quantomeno gestibili in maniera più agile dal rider che, oltre a mollare i freni in discesa, gli permetta di avere un pelo meno massa in frenata ma soprattutto nei tratti pedalati da spingere a tutta. Considerate che a dispetto degli 1×10, 1×11, 1×12 e 8×1000 alla Chiesa Cattolica, in discesa è raro vedere cassette con più di 7 pignoni, per cui meglio spingere qualcosa di ‘leggero’ no?

    In enduro, dall’altra parte, si sta in bici tutto un giorno, si fanno ps su ps e anche al rider più esperto un bel crash capita sempre, per cui meglio non lesinare sulla robustezza del mezzo. Robustezza che non è una questione di telaio in carbonio o meno, è una questione dell’insieme della bici. Ad esempio, vediamo a quasi ogni tappa dell’EWS come ci sia chi predilige le gomme da DH (robuste e pesanti) rispetto a versioni ‘ridotte’.

    Se poi ci aggiungiamo i boost di qua e i boost di là, dopo anni passati a sgrammare millesimi di grammi, ora ce li ritroviamo paro paro solo perchè abbiamo ruote più grandi e mozzi più larghi.

    E siamo da capo un’altra volta!

  • L’autunno è la stagione dei trip in mountain bike

    L’autunno è probabilmente la stagione che preferisci. Non c’è quel caldo che dopo mezz’ora che pedali hai la sensazione di sabbia in bocca e non fa troppo freddo da renderti insensibili mani, piedi e parti intime senza neanche salire in bici.

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    E’ la stagione che per eccellenza segna la fine della stagione in bici e l’inizio, anglosassonicamente parlando, della off season. In realtà, continui ad andare in bici esattamente come il resto dell’anno.

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    Le giornate si accorciano, l’aria è decisamente più fresca e, in montagna, il terreno è nello stato migliore in cui lo puoi trovare. D’inverno, si sa, in montagna tende a nevicare, quindi se ne parla poco di andare in bici. E comunque, a parte allarmismi degli ultimi anni sulle precipitazioni nevose (a volta scarse, a volte troppe, mai una gioia insomma) fa un freddo boia.

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    In primavera si sgela l’inverno quindi hai voglia a far scaricare tutto l’umido/bagnato/avanzo di nevicata… Anche se in questa stagione i prati, con l’erba ancora secca e piatta dopo il riposo forzato invernale, sembrano fatti apposta per girarci sopra in bici.

    raidata_d_autunno_2016_colonna

    L’estate, nonostante qualche pioggia, vede il terreno bello polveroso e forse solo ad certe altitudini tiene botta e non ti dà l’impressione di entrarti direttamente nei polmoni solo perchè lo smuovi sedendoti.

    Ma l’autunno, aah. Terreno asciutto ma non polveroso, tendente a quel bagnato che sai che tiene un sacco anche quando pieghi o inchiodi con la gomma dietro. Non sudi, cosa mai banale, e ti sembra di essere sempre fresco.

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    Ed è in questo momento che magari parti per dei giri brevi, per raggiungere quei posti che d’estate sai troppo intasati di turisti, camminatori, famiglie. Ti godi la solitudine della salita, il silenzio di una stagione di mezzo in cui alberi, uccelli e animali in genere sembrano viversi una lunga, lunghissima domenica.

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    Ti tiri la salita per arrivare a posti dove, probabilmente, sei tra le ultime persone che lo vedranno prima della lunga pausa invernale. Posti che fino a qualche decennio fa vivevano praticamente 24 ore su 24, 4 stagioni su 4. In alta montagna, in piccoli microcosmi che, su vari livelli, avevano case, uffici, anche chiesette.

    raidata_d_autunno_2016_funivia

    Pensi che una volta i sentieri per raggiungerli erano tutt’altra roba rispetto a quelli di adesso, tirati a lucido, che salgono dolcemente. Una volta andavano in su, dritto per dritto. Certo avevano la funivia, ma quella è arrivata dopo qualche anno…

    raidata_d_autunno_2016_magazzino

    Adesso sembra una città deserta di mattina presto, quasi un posto da film, horror in questo caso. Dove tra un magazzino, una porta e una cassa, ti aspetti di vedere qualche spirito dei tempi che furono, intrappolato tra le vette che salutano il sole e danno il benvenuto all’inverno.

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    Sai che è ti stai facendo un viaggio tutto tuo, un po’ come un bambino quando rimane per la prima volta a casa da solo. Ora sei adulto, hai un’intelligenza più o meno formata. Una percezione delle cose grossomodo razionale. Ma le chiappe ti si stringono lo stesso.

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    E allora, con molta nonchalance prendi la discesa. Ti immagini, in questo tardo pomeriggio d’autunno, che se ti capitasse qualcosa (una caduta, non uno zombie, si intende) probabilmente ti ritrovano per Pasqua. E ti immagini quelli che ci passavano la vita una volta come diavolo facevano.

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    Poi ti guardi intorno. Le montagne, l’aria, il bosco, il tramonto. Il monte Bianco all’orizzonte. Non ti sembra più così strano voler stare lì. Ma tu sei biker, e continui la discesa…

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  • Enduro Bike Park Oasi Zegna

    Domenica 13 novembre 2016 c’è stata l’inaugurazione dell’Enduro Bike Park dell’Oasi Zegna. L’Oasi Zegna è l’area naturalistica che ruota intorno a Trivero, Biella, paese centro delle attività del gruppo Zegna, azienda tra le colonne portanti del lusso Made in Italy.

    oasi_zegna_2016_zegna

    Essendo un’area dedicata alla vita all’aria aperta, non possono mancare le bici. E da qui, grazie anche alla presenza in loco di due feconde menti biciclettare, il passo verso l’apertura di una serie di percorsi enduristici è breve.

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    La prima di queste menti è Michele Zampieri, responsabile della Scuola Nazionale Mountain Bike Oasi Zegna. Da anni la scuola sta promuovendo la mtb nella zona e grazie anche al pistino scuola costruito sopra Trivero, aiuta i fanciulli ad avvicinarsi allo sport che tutti noi amiamo.

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    La seconda mente è papà Lupato (che tra poco sarà nonno), Fulvio. Trivero è infatti a due passi da Coggiola, terra dei Lupi e dei Lupato, diciamo sul versante opposto della valle, la Val Sessera, dove solitamente si tengono le gare di enduro.

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    Grazie a loro sono stati aperti tre percorsi differenti: Caulera, Vertikal e Chiesetta. La prima e la seconda scendono praticamente dall’Oasi Zegna verso Coggiola e, durante l’anno, non sarà difficile trovarci un Lupato qualunque. Tipo Denny o Alex…

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    Parte su un terreno boscoso, tra terra fresca, radici e contropendenze e, nell’ultimo tratto di trasferimento verso Coggiola, finisce in un festival di curve su roccia e gradini.

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    La Vertikal deve il suo nome al fatto che è una lunga picchiata in verticale, tecnica e non necessariamente veloce, anche in questo caso su roccia, ma preferibile all’ultima parte della Caulera.

    oasi_zegna_2016_vista

    C’è poi la Chiesetta, un percorso decisamente flow, meno ripido e che probabilmente è stato preferito dai circa 200 rider presenti all’inaugurazione dell’Enduro Bike Park.

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    Si perché la denominazione Enduro è decisamente azzeccata per la località. Un posto, l’Oasi, che vuole attirare gli sportivi di montagna più preparati ed esigenti e che quindi, anche sulla mountain bike, ha scelto un taglio decisamente di medio/alto livello tecnico.

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    Le risalite, in occasione dell’inaugurazione, sono state meccanizzate e, in generale, lo saranno sempre per chi desidera girare sui percorsi dell’Oasi Zegna. Si possono pedalare comunque tutti i trasferimenti. Sulla Caulera, senza scendere fino a Coggiola e fermandosi grossomodo sulla strada sterrata in piano che si trova a metà, la risalita è di circa 20-30 minuti da Trivero alla partenza del percorso, di fianco al ristorante Alpen Stube.

    oasi_zegna_2016_cartina_percorsi_enduro

    Per arrivare invece alla Chiesetta e alla Vertikal occorre fare altri 2/3 km di salita dopo l’Alpen Stube, ma diciamo che non è niente di impossibile. Il buon Fulvio Lupato, partendo da Coggiola, impiega circa due ore per fare due risalite e due percorsi, Caulera e Vertikal, ma parte da più in basso. Se partite da Trivero, e non scendete a Coggiola, potreste impiegare più o meno due ore e mezza/tre per fare tutti e tre i percorsi. Normale tabella di marcia da enduro, no?

    oasi_zegna_2016_mattteo_raimondi

    Se poi volete fermarvi al pistino scuola, potete cimentarvi in pedalate sul percorso XC oppure girare sui doppi e sulle woops, come Matteo Raimondi.

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    I percorsi dell’Oasi Zegna allungano ulteriormente l’asse piemontese tutto enduro che va da Pogno a Coggiola aggiungendo quelle che sono tre speciali, diverse da quelle delle altre due località, e per questo aiutano a variare un po’ il menù. D’altronde, se fate le gare di enduro, non tutti i percorsi sono tirati come un campo di bocce…

    A proposito di gare, si parla già di una possibile tappa a Trivero di un circuito enduro nel 2017. Sono solo voci di corridoio ma a breve se ne dovrebbe sapere di più.

    Su Strava trovate già tutti i percorsi. Il mio giro è stato falsato dal fatto che mentre salivo in furgone non ho spento i segmenti, per cui, da cattivone quale sono, sono già stato segnalato. Eppure ne avevo fatti di KOM!!!

  • Raduno d’autunno Elba Freeride

    Una settimana fa c’era sole, 25 gradi se non di più e mare a vista d’occhio. In questi giorni sono nel bel mezzo della grigia stagione autunno/inverno 2016-2017 della pianura padana ma con la testa sono ancora all’Isola d’Elba.

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    Un ponte dei morti bello caldo con tanto di bagno di fine stagione (se così si può chiamare) con tanto di un raduno mtb organizzato dai ragazzi di Elba Freeride nella parte est dell’isola, da Portoferraio e nei dintorni del Volterraio.

    raduno_elbafreeride_2016_portoferraio

    Circa 130 bici si sono presentate alle 9 allo sbarco dei traghetti. Alcune in arrivo dal continente giusto per il raduno, altre già sull’isola. Presenti sull’isola tutti e due, contemporaneamente, dopo anni e anni che non succedeva, Michele ed io ci siamo alzati presto e abbiamo aggiunto anche le nostre bici al gruppo.

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    Portoferraio, il porto, non è vicinissimo alle pendici del Volterraio. Diciamo che si fronteggiano, da una parte all’altra del golfo che tutti quelli che sono stati almeno una volta all’Elba hanno attraversato. Ragione per passare per le antiche e suggestive saline, no?

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    Passati poi Schiopparello, Acquabona ed Ottone si inizia a salire lungo una delle tante strade bianche che attraversano l’isola.

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    Stiamo salendo sopra la Madonna del Monserrato, più o meno sulla spartiacque tra Portoferraio e Portoazzurro, e si apre la vista anche sulla costa meridionale dell’Elba.

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    Le isole dell’Arcipelago sono tutte fuori, nel senso che si vedono tutte, Montecristo, Pianosa, Giglio, Giannutri, Capraia e Gorgona. A fare da cornice anche continente, Argentario e Corsica.

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    La salita alcuni l’hanno fatta pedalata, i più a spinta.

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    Prima dell’ultimo tratto che, dopo una veloce discesa di taglio verso il Volterraio, ci permetterà di arrivare alla ‘Cima Coppi’ di Cima del Monte (515 metri slm) tempo di ristoro.

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    Poi inizia la salita, con il lungo serpentone di bikers.

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    Paesaggi lunari a dir poco.

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    Sempre con vista però.

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    Qualcuno si improvvisa anche Cristo di Rio… nell’Elba.

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    E questa è l’unica immagine di discesa che vedrete. Purtroppo ero troppo impegnato a godermi i sentieri che ci hanno riportato sulla riva del mare. Chiedo venia, ma alla fine pedaliamo in salita per andare in discesa no?

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    Giusto in tempo per l’aperitivo!

    Il giro completo è stato circa di 25km, quello che vedete della mappa qui sopra è più lungo perché Michele ed io abbiamo fatto poi una ‘crono’ per tornare alla macchina. Le discese sono state molto stile elbano, con un parte molto rocciosa dalla prima parte della discesa di Cima del Monte, una via di mezzo tra sentieri liguri e di alta montagna intesa come Alpi, per poi scendere in single track nella macchia mediterranea. Qui terriccio misto ghiaino hanno aumentato la velocità e le curve in mezzo agli alberi il divertimento. Da rifarci un giro!

    Bravi i ragazzi di Elba Freeride perché portare in giro 130 bestie su ruote grasse non è che sia la cosa più semplice del mondo e perché giro e paesaggi meritano. Noi che siamo ‘local villeggianti’ nella parte ovest dell’isola, quella con le montagne che superano i 600 metri abbiamo avuto modo di scoprire nuovi posti che da tempo avevamo nel mirino. Grazie!

    Per maggiori informazioni: www.elbafreeride.com

  • Elba, dai boschi al mare a 360 gradi

    Un pezzo di cuore è sicuramente all’Isola d’Elba. Non solo. A guardare bene, in giro su qualche sentiero e strada sterrata, c’è anche qualche etto di pelle lasciata giù durante avventurose peripezie di un villeggiante dai dieci ai tredici anni che non aveva di meglio che andare a mille sulla sua Bianchi Ragno da 24 pollici.

    L’età era quella in cui eri considerato, finalmente per tutti, abbastanza responsabile per essere abbandonato a te stesso durante i caldi pomeriggio estivi. Sicuramente sei stato altrettanto responsabile dell’incremento delle vendite di mercurocromo presso la locale farmacia.

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    Poi sei cresciuto, e le distanze da casa sono aumentate e sei riuscito a raggiungere alcune delle cime più alte dell’isola. I 600 metri sul livello del mare e l’escursione termica da 30 a 17/18 gradi del Monte Perone sono qualcosa che tutt’ora aneli quando crepi di caldo, ovunque tu sia.

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    Hai scoperto strade nuove per arrivare in cima, magari più terrose e lunghe, ma meno spezzagambe di quel maledetto cavatappi subito sotto e subito sopra, intorno insomma, alla torre di San Giovanni. Alla fine ti sei trovato alla partenza di quella lunga discesa che parte in mezzo a cinghiali e mufloni per arrivare in mezzo a tonni e tanga (pressapoco, si fa per dire) vista mare.

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    Ma devi ancora capire come ste innovazioni tecnologiche che fanno i video a 360° possano avere una resa più nitida di sto delirio che hai tirato fuori. Però se lo guardi col telefonino, girandolo a destra e a manca, funziona!

    Comunque, ci si riprova sto weekend…