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  • Ciao mondo!

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  • E’ una puttanata e mi spiace, mi spiace davvero…

    La notizia di oggi dal mondo della mtb nostrana è la sospensione per positività di Matteo Raimondi.

    Ora, da una parte criticherei aspramente il modo in cui alcune rinomate testate giornalistiche un tempo forum lancino certe notizie all’insegna del sensazionalismo spiccio, dall’altra mi butto anch’io sul tema.

    Il sito della NADO Italia comunque oggi, tra i vari comunicati di vari atleti trovati positivi riporta:

    “Prima Sezione: positivo Matteo Raimondi (tesserato FCI), sospeso in via cautelare
    Pubblicato: 28 Giugno 2018
    La Prima Sezione del TNA, in accoglimento dell’istanza di sospensione cautelare proposta dalla Procura Nazionale Antidoping, ha provveduto a sospendere l’atleta Matteo Raimondi (tesserato FCI), riscontrato positivo alla sostanza Clostebol Metabolita, a seguito di un controllo effettuato da NADO Italia il 10 giugno 2018 a Santa Margherita Ligure, al termine della manifestazione “Campionato Italiano Enduro”.”

    Il che vuol dire tutto e niente. Il clostebol, cercando qua e là su Google appare anche nel 1993 come sostanza per cui un calciatore fu sospeso, poi ci sono vari casi di altri atleti di vari sport che lo usano.

    Sul sito della WADA il Clostebol lo trovate al nono posto, in pratica in prima pagina tra le prime sostanze bannate dall’ente antidoping mondiale. Per bannate vuol dire che non ce ne deve essere traccia, non che ci sono limiti.

    Su Wikipedia la descrizione è: “È chimicamente del tutto simile al testosterone, e varia solo per la presenza di un atomo di cloro che ne impedisce la conversione in diidrotestosterone e in estrogeno.

    Può essere utilizzato sotto forma di crema per uso topico, per la rigenerazione del tessuto cutaneo. Fungendo infatti da anabolizzante, favorisce la stimolazione della produzione di molecole complesse quali lipidi e proteine. Viene al riguardo utilizzato per la cura di abrasioni, ulcere cutanee e ragadi per favorirne la cicatrizzazione sfruttandone l’effetto anabolizzante.”

    E potremmo andare avanti per ore a discutere sugli effetti, sulla performance, sulla moralità etc. etc. Di questo proprio fottesega.

    Che sia stato fatto con coscienza o che sia stato fatto con incoscienza, o meglio, con ignoranza, è e rimane una puttanata. E mi dispiace. Non tanto per il fatto in sè ma per la partenza delle lapidazioni online nei confronti di Matteo, nei confronti dell’enduro e, di nuovo, nei confronti di Matteo.

    Matteo è giovane, molto giovane, se la gioca in uno sport che è ancora più giovane di lui, che ha relativamente poca visibilità, che ha poca risonanza e che quindi in pochi, pochissimi conoscono. Ma che in questo paese di allenatori, tutti giudicano. Qui sta la puttanata vera e propria e mi spiace.

  • Questioni di peso

    Dieci, quindici anni fa era il periodo dei cancelli. Bici da discesa più in ghisa che in carbonio con componenti abbinati di ugual peso.

    Poi è esploso l’enduro, dove, nel dibattito di chi lo voleva disciplina per chi pedala e chi per chi va forte in discesa, le bici arrivavano a pesare come quelle da crosscountry, o quasi. E stiamo parlando di non più tardi di cinque (5!!!) anni fa.

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    Alla fine si è affermato il carbonio che, nonostante sul peso secco di un telaio incida relativamente poco rispetto al caro vecchio alluminio, è sul resto dei componenti che regala risparmi di peso. Mettiamoci anche le sospensioni ad aria e il peso è fatto.

    Negli ultimi, ultimissimi anni, più o meno due o tre, inversione (o diversione o distorsione?) di tendenza. Il tema riguarda principalmente il mondo dei pro e delle competizioni, ma sappiamo tutti bene quanto il biker della domenica sia soggetto a queste ‘mode’.

    Nella downhill, complice il miglioramento dei materiali di produzione e della progettazione delle cose (anche se non so bene quali) il peso si è abbassato in media di 4 kg, dai 21 di media a circa 17. Poi ovviamente alcune versioni da più o meno mezzo stipendio all’anno scendono anche sui 13, tipo questa:

    Alcuni sostengono che il calo di peso sia dovuto anche alle piste meno dure, più scorrevoli e soprattutto pedalabili (vedi Sud Africa e Australia) altri al miglioramento di alcune sospensioni ad aria, altri ancora non gliene frega particolarmente. Anche perchè non era, non è e non sarà raro trovare delle sospensioni con scritto ARIA ma con all’interno l’esatto contrario…

    All’opposto, la disciplina gravity più pedalata sta proponendo mezzi più pesanti. O meglio, i rider stanno facendo diventare il loro mezzi più pesanti.

    Se alcuni ritrovati tecnici sono necessari nel nome della performance atletica e meccanica, altrimenti detta come percorsi più lunghi con escursioni e geometrie ‘ridotte’, altri non mi convincono del tutto. Oddio, ripeto, in ambito competitivo e professionale ne intuisco l’utilizzo e l’utilità. Ma la domenica, signori miei, la domenica mi spiegate che ce fate con 2 KG circa di roba in più sulla bici?

    Vediamo come si compongono questi 2 KG ulteriori. Partiamo dalle ruote, ormai hanno dentro più lavorati del petrolio (ma su questo non sono sicuro al 100%) che aria, ed è uno sport ‘green’. Salvano la ruota, il cerchio, in gara, soprattutto se è una gara di enduro, ma la domenica portatevi dietro la camerina d’aria che è più semplice no? E poi la bici vi pesa meno se dovete caricarla sul furgone o sulla seggiovia…

    A proposito delle camere d’aria, e alla faccia delle un tempo schifate camere da DH, insieme a tutta una serie di oggetti sconosciuti ai più (quanti di voi usano lo smaglia catena, dai, siate onesti?), vengono infilate letteralmente in ogni orifizio disponibile della bici: sterzo, tubo obliquo, movimento centrale, chiappe, e chi ne ha più ne metta.

    Non scordiamoci infine che, per chi fa enduro, ormai l’ammo a molla è ultra necessario anche per bere la birra al bar sotto casa perchè è ‘più sensibile e mi trovo meglio’ e il gioco è fatto un’altra volta.

    Quindi, in pratica, ci sono due bici di peso più o meno uguale dove una, da discesa, più scarna è meglio è, l’altra, anche da salita, è carica come un mulo. C’è qualcosa di distorto?

  • Ebike non mi avrai! (per ora)

    A memoria mia e personale, le prime ebike che abbia mai visto erano più che altro grazielle palestrate con un motorino elettrico indicate per un’utenza anziana. Poi, tra una pedalata assistita e l’altra, le hanno trasformate in mezzi più appropriati alle varie discipline biciclistiche, mountain bike compresa.

    Dato che tutti sanno andare in bici, che moltissimi lo trovano non così attraente, ma che altrettanti (magari complice crisi/consumi/ri-educazione) stanno riscoprendo la bellezza di stare all’aperto, perchè non facilitagli le cose proponendo dei mezzi che diano uno stimolo in più? Lo stimolo, banalizzando, lo riassumo in poco sforzo, simile performance fisica, stesso divertimento.

    Su questo fronte ci sono almeno 5 considerazioni semiserie per le quali, al momento, una bici elettrica non mi avrà. Intendiamoci, non sono contrario e non farò un’estremistica opposizione. Solo, la cosa non mi convince, del tutto.

    1. Libertà.
    Dato che come peso siamo più o meno sui cancelli da discesa dei primi anni 2000, se sono su sentiero di montagna e voglio fare una deviazione su una pietraia o salire da qualche parte meno raggiungibile in sella, che faccio? Chiamo l’elicottero? No, voglio essere libero di muovermi dove voglio, arrampicarmi sugli alberi, pedalare fino a notte fonda, perdermi per i valloni, chiamare mia moglie per farmi venire a prendere, ricominciare da capo. Dico no allo stress da mezzo pesante.

    2. Tecnologia portami via.
    Questo è un dettaglio prettamente personale ma non credo di essere l’unico merlo sul prato. Faccio già abbastanza fatica a uscire in bici con il telefono carico, le gomme gonfie e la catena oliata che se devo pure metterci la batteria della bici elettrica… Preferisco la sana vecchia meccanica analogica, anche perchè, qualunque cosa di elettrico succede in mezzo alle montagne, poi voglio vedere come me ne esco.

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    3. Girare di più, ma de che?
    Una degli spot più utilizzati per le ebike dell’una o dell’altra marca è che si può girare di più. Ok, di più di che cosa? Di quanto? Perchè? Se qualcuno è coì gentile da specificarmi, mi aiuti. Nel frattempo, al di là della cinematografia e del (voluto) gasamento che propone, vi posto un video a caso…

    4. L’ho già visto succedere.
    Ho iniziato a sciare negli anni 80, quando c’erano skilift e ancore e gli sci erano stretti strettissimi e lunghi almeno un 20-30cm più di me. Poi sono aumentate le seggiovie, gli sci si sono accorciati, si sono allargati e hanno aumentato la sciancratura, ovvero prendono più facilmente la curva. Il risultato è più o meno paragonabile a questo:

    I trail e i percorsi incontaminati diventeranno così?

    5. Il target di riferimento.
    Mi sembra che le bici elettriche stiano prendendo piede su due target ben distinti: chi ha già fatto tanti km in bici, le ha già provate tutte e quindi vuole ottimizzare tempo e sforzo e, dall’altra parte, chi proprio non ne ha mai fatti di km in bici.

    All’estremo opposto ci sono quelli che in bici proprio non ci sono mai andati, e quindi ritornano i temi già avanzati sopra.

    Io non sono a target. Non sono un neofita ma allo stesso tempo non ancora fatto tutti sti chilometri con le mie gambine sulla mia bicicletta. Ne devo fare ancora tanti.

    Ah, un’ultima cosa: la bici non elettrica, vi prego, non è muscolare, è LA bici. Non lo posso sentire! E’ la bici elettrica che, appunto, è elettrica.

  • La considerazione del S8

    Mi stavo bevendo una tranquilla birra del giovedì sera quando, cazzeggiando su Instagram, mi è apparso questo post di Davide Sottocornola:

    Al di là della bontà della foto, mi ha colpito il testo. Che, ovviamente, ha ragione.

    Nonostante questo credo che la riflessione sia un po’ più ampia di quello che, credo, leggo tra le righe di Davide. Ed è una riflessione che riguarda tutto il settore della mountain bike italiana, non solo il settore gravity. Ed è una riflessione che, come spesso accade nelle cose della vita, porta ad un unica conclusione: il soldo.

    Accelerando un momento il ragionamento, in EWS il livello è alto perché gli organizzatori della cosa sono stati bravi a far convergere gli interessi di molti marchi sul circuito, marchi che poi ci mettono soldi, non ‘premietti’ come telai e componenti. Di conseguenza aumenta l’interesse dei media sul circuito (oddio, su questi non sono poi così tanti ma sicuramente sono i più grossi). Di conseguenza aumentano i soldi (o il soldo) in ballo. Di conseguenza gli atleti (i più forti) si preparano per darsele di santa ragione e per vincere le gare, per vincere la visibilità, per guadagnarsi lo stipendio.

    Chi più motivato dall’aspetto filosofico, chi da quello agonistico, chi perché ha sempre fatto quello nella vita, di fatto sono tutti professionisti che dalla professione di mountainbiker che fa le gare ci deve guadagnare per campare. E siccome è una competizione di livello mondiale, ci sono atleti (i più forti) di tutte le nazioni del mondo, che si allenano per vincere e per questo alzano sempre di più il livello. Fine dell’accelerazione.

    Veniamo all’Italia. Negli ultimi due anni Weekendwheels ha un po’ abbassato, se non azzerato la presenza alle gare. In particolare io, Matteo Cesani, per cui potrei avere un’opinione non oggettiva della faccenda.

    Quindi faccio una domanda a quelli che alle gare (nazionali o comunque di ‘grido’) ci vanno spesso, DH, enduro o XC che sia (lascio stare per un momento freeride, dirt jump eccetera): quanti giornalisti avete visto alla gara? Ce ne sono certo, chi della testata locale, chi che fa le foto da rivendere poi ai vari marchi con cui ha contratti e chi fa le foto perchè è dell’organizzazione delle gare. Per giornalisti, in maniera romantica e demodè intendo i giornalisti che vivono la gara, la raccontano e ne raccontano i protagonisti con contenuti originali.

    A questa prima domanda non dò una risposta diretta, ma l’unico che negli ultimi tempi ha prodotto contenuti originali, per raccontare magari non le gare ma i protagonisti e il mondo della mountain bike da dentro, è Alex Luise con il suo sito welovetoride.it.

    Ci sono poi altri siti di famose bevande internazionali, ma stiamo parlando di altri budget e di altre strategie commerciali.

    Una seconda domanda è relativa ai marchi presenti alle gare con gazebo, prodotti demo e simili. Anche qui, negli ultimi due anni potrebbe essere cambiata radicalmente la cosa, ma tolti i marchi di chi spesso organizza le gare, due o tre marchi storici di telai, freni e sospensioni italiani e le squadre dei vari negozi sparsi tra le varie regioni, quanto altri marchi/distributori si presentano alle gare? Per carità, anche qui occorre dire che molti marchi/distributori organizzano gare, di nuove o vecchie discipline che siano, ma mi sembra un po’ un conflitto di interessi (non mio) per cui preferisco sorvolare.

    Vi do invece una risposta: alla fine molti organizzatori di gare si sono ‘rassegnati’ a produrre da sè i contenuti (foto, video, report) per far contenti gli sponsor che hanno creduto nel loro progetto per cui, alla fine, il media/giornalista ha il contenuto da pubblicare a costo zero (anzi, a volte in positivo), il marchio/distributore la propria visibilità, l’organizzatore (indipendente) una chance di riorganizzare la gara l’anno dopo. Lasciamo da parte gli enti turistici, i comuni, le province, le regioni etc. Parliamo di mondo bici.

    Ci sono infine i mountainbiker, i rider, i concorrenti che, professionisti o meno che siano, se va bene vincono qualcosa, in termini monetari, definito a monte dalla Federazione Ciclistica, piuttosto che qualche bonus definito con i vari sponsor personali, piuttosto che qualche telaio/componente che gli viene dato e che possono rivendersi. Sicuramente hanno poi vitto e alloggio pagato per i weekend di gara, ma hai voglia a camparci…

    In poche parole e in un mondo perfetto: la gara porta i soldi dei marchi che portano i media che danno visibilità ai marchi e agli atleti che aumentano il livello perchè è difficile vincere ma quando vinci ottieni i soldi perchè (oltre ai premi) dai visibilità al marchio che vende i propri prodotti che portano i soldi che i marchi poi mettono nelle gare e si ricomincia.

    Alla fine, vi siete mai chiesti come mai è solo una grande testata internazionale produce contenuti originali di un circuito nazionale, inteso come italiano, di enduro?

  • BDS Fort William: il Festival delle 29 pollici da DH

    E’ una gara del circuito nazionale britannico di downhill ma sono previsti circa 100 rider abitualmente a giocarsela per la finale della domenica di un qualsiasi weekend di coppa del mondo.

    Sarà che Fort William è un po’ la Mecca della downhill, sarà che tra un mese circa c’è la seconda di coppa del mondo, sarà che almeno si tengono tutti in allenamento, sarà quel che sarà ma gli occhi saranno puntati soprattutto sulle novità a 29 pollici.

    Ecco due delle novità.
    Danny Hart e la sua nuova Mondraker da 29 pollici, dove, a differenza di Santa Cruz o altre, il triangolo anteriore è fatto ad hoc per le 29 pollici

    Il team Commencal con Myriam Nicole e Remi Thirion

    29ers are breeding like wildfire this weekend at Fort William for the @hsbc UK National Downhill Series Round 2 Presented by @gtbicycles

    Un post condiviso da British Downhill Series (@britishdownhillseries) in data:

    Gee Atherton sarà probabilmente su una bici nera questo weekend, indovinate le ruote?

    29" box spotted hidden at the back of the Trek Factory DH Truck. Ooohhhhh…..

    Un post condiviso da British Downhill Series (@britishdownhillseries) in data:

  • 5 cose sulla qualifica di Lourdes vinta da Loris Vergier

    La prima tappa di coppa del mondo downhill ha aperto il sipario su tutta una serie di menate più o meno sensate sull’utilizzo delle ruote da 29 pollici in dh. Anche a Lourdes, sede della gara, vari operatori (giornalisti, commentatori e team manager) hanno menzionato il fatto che potrebbero esserci dei mugugnamenti, più o meno ufficiali, sul fatto che tutti hanno 27,5 pollici tranne il Syndicate che, appunto, corre sulle 29.

    In più, con Loris Vergier al primo posto con una 29 pollici, gli “Haters will Hate” come ha scritto qualcuno sui social, ovvero chi odiava la cosa la odierà ancora di più.

    Al di là di questo, il risultato delle qualifiche, in attesa delle finali in corso in questo momento, non è che sia così sorprendente, soprattutto per ragioni non legate alla misura della ruota.

    1. Loris Vergier ha già fatto un secondo posto in qualifica, a Leogang nel 2016, dietro a Gwin, ha vinto, nel 2014, la WC dei junior e il titolo mondiale e l’anno scorso è arrivato 7 in coppa del mondo. Non avesse avuto tutto questo e fosse stato in 70esima posizione nel 2016 vi avrei detto che si, i 29 pollici lo hanno aiutato.

    2. Greg Minnaar è in sesta posizione in qualifica. Greg Minnaar. Con queste due parole non credo occorra aggiungere altro e nemmeno che è li perchè aveva le 29 pollici.

    3. Se il Syndicate, quindi Minnaar e Steve Peat, prendono due rider li preparano per stare davanti, non per stare dietro. Alla fine il Syndicate è l’unica squadra dove, negli ultimi 11 anni, tutti i componenti hanno vinto almeno una WC, più tre titoli mondiali più l’esplosione di Bryceland ad Hafjell nel 2014.

    4. Le linee. In questo video di VitalMTB si vedono le varie linee dei rider in un dei punti più complicati della pista di Lourdes.

    Vi riporto lo screenshot di alcuni rider

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    Troy Brosnan

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    Marcelo Gutierrez

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    Florent Payet, che ha una Mondraker taglia XXL, taglia Minnaar.

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    George Brannigan.

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    Greg Minnaar.

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    Luca Shaw.

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    Loris Vergier.

    Tutti e tre i rider con le 29 pollici passano larghi, mentre gli altri passano dritto per dritto con una linea interna. Sarà che hanno scelto la linea migliore, le 29 pollici?

    5. In un video di Dirt TV che valutava le reazioni dei pit alle 29 pollici Brendan Fairclough, mai banale, dice che alla fine nel passaggio dalle 26 pollici alle 27,5 i tempi non è che si siano poi così abbassati…

    Quindi, di cosa stiamo parlando esattamente tutti quanti?

    Certo, una 29 pollici passa meglio gli ostacoli, tiene meglio le contropendenza, e una sacco di altre cose. Stiamo inoltre parlando di un rider di coppa del mondo, non del biker della domenica. Secondo voi conta così tanto la bici?

    PS: tra i prossimi a tirare fuori una 29 ci sarà Intense, che ne ha già fatta una nel 2009 ma che non eràpronta in tempo per Lourdes. Speculazione ovviamente…

  • L’Enduro Italiano, il cambio della guardia?

    Con un inizio di stagione enduristica che per il secondo anno di fila vede prima assegnare le maglie di tricolori, invece di regalare sfide in classifica dei vari circuiti, il titolo di campione italiano va al ‘verginello’ del gruppo, Lorenzo Suding.

    Oddio, Suding proprio vergine di enduro non è, visto che qualche Superenduro qua e là, oltre che un paio di EWS a Finale (forse di più?) le aveva già fatte anche raccogliendo risultati tutto sommato buoni. Ha vinto qualche settimana fa nella tana dei gufi, a Pogno, in casa di due che di nome fanno Davide Sottocornola e Matteo Raimondi, ma insomma, questa è la sua prima stagione dichiaratamente enduro, dopo anni di DH ad alti livelli: tra WC, titoli italiani, etc etc.

    In più, ci teneva talmente tanto alla manica tricolore che ha anche provato a tatuarsela già il sabato sul braccio sinistro… L’effetto fa più braccio di ferro, ma va bene così!

    Al secondo posto quello che è probabilmente l’endurista meglio riuscito del panorama italiano. Ben inteso e senza offese, per endurista intendo chi dell’enduro ne ha fatto, tra i primi e come sport sui generis, un mestiere. Alex Lupato, rispetto ad altri, è partito un po’ più tardi sulle discipline più discesistiche, ha imparato strada facendo, ha vinto le sue gare, i suoi circuiti e le sue maglie, ed è sempre lì che se la gioca.

    Al terzo posto quello che potrebbe diventare uno dei più forti enduristi italiani, Matteo Raimondi. E’ il più giovane sul podio, ha una buona squadra alle spalle, una buona guida nei dintorni di casa e, rispetto a molti altri giovani e giovanissimi e opinione mia personale, una buona testa. Andata la gara tricolore, c’è un 2017 da giocarsi…

    Quarto posto al giovane, per rimanere in tema, Lupato, Denny. Rispetto ad Alex, ogni tanto e sulla gara secca, perde qualche secondo di troppo. Ma anche lui se la giocherà nei prossimi 4/5 anni per un paio e più posizioni più in alto sul podio. Non solo per la maglia, ma di fatto, come già avviene di tanto in tanto, per tutte le gare italiane.

    Al quinto posto c’è invece uno che le gare per la maglia tricolore sembrano proprio non essere le sue gare. Vince circuiti, viaggia che è una bellezza, ma la zampata di Marco Milivinti, dopo l’exploit in enduro nel 2014 (o era il 2013?) e la conferma nel 2016, sulla gara secca ancora non è arrivata.

    Andando poi nella top 10 troviamo: il miracolato di Dolceacqua, Tommaso Francardo, che dopo anni di alti e bassi sembra aver trovato una sua dimensione e costanza, davvero una bella sorpresa anche perchè è un altro giovane; Marcello Pesenti è in continua crescita; Nicola Casadei, il naturalizzato italiano (da San Marino eh) forse è un po’ indietro, visti i tempi più che buoni in PS2 e 3; Matteo Berta è l’ennesimo giovincello tirato fuori da cilindro da Bruno Zanchi. E alla fine c’è lui, l’ormai decano degli elite (non è vero, c’è anche Bruno Zanchi che di anni ne ha qualcuno in più) Davide Sottocornola, che prova e riprova le speciali ma più di un tot non va avanti! Sto scherzando!

    Ora, ho titolato ‘cambio della guardia’ perchè andando a leggere la top 10 ci sono 5 forti discesisti, almeno 4 crosscountristi (o di tale formazione) e un unico puro (facciamo all’80%) endurista. In più ne manca uno, di discesista, che, se non fosse esploso in PS1, magari avrebbe dato un colpetto là in alto.

    In più, rispetto agli inizi dell’enduro italiano in generale, i discesisti iniziano ad arrivare più giovani. E’ vero che Sottocornola e Andrea Bruno erano trentenni o poco più, come Suding e Milivinti (31 quest’anno ragazzi?), nell’ormai lontano 2009, ma all’epoca, di giovani forti come (o potenzialmente tali) come Casadei, Von Klebelsberg, Francardo non me ne ricordo. Toh, forse c’era già Vitto Gambirasio, ma anche lui arrivava un po’ dalla DH.

    E alla fine mi viene in mente una chiacchiera di qualche anno fa, proprio con Andrea Bruno (ah, quest’anno corre tra i Master (?!)), in cui per lui, alla fine, l’endurista più forte viene dalla DH.

    Ovviamente stiamo parlando di una disciplina giovane, in cui non c’è ancora molto storico, ma andando anche a vedere le prime due tappe di EWS, tolti i giovani fenomeni allenati dalle leggende, direi che di gente della DH ce n’è d’avanzo.

    Andando a vedere più vicino a casa, anche tra le donne, una certa Alia Marcellini si riconferma campionessa italiana di enduro. E che faceva la fanciulla prima?

    Finito questo discorso da bar, faccio comunque i miei complimenti a tutti quanti, vecchi, sbarbati e a chi sta in mezzo, perchè avere (tanta) gente che se le suona (in senso buono, ovvio) in casa spero sia una buona leva per andare a sculacciare qualche chiappina anche in EWS, prima o poi…

    Ultima nota: Tomaso Ancillotti, ma dove li trovi…

  • 2017, l’anno della downhill a 29 pollici

    Dopo anni e anni di bla bla e tentativi più o meno riusciti, il 2017 sembra proprio l’anno del debutto delle ruote da 29 pollici nel mondo della coppa del mondo.

    O meglio, dell’ingresso ufficiale. Si perchè pochi si ricordano, come sta succedendo su VitalMTB che nel 2007 a Monte Sante Anne ci fu un primo approccio (tra l’altro qualificato per la finale) di 29 pollici.

    Su Dirt magazine, il caro vecchio Steve Jones fa la punta sulla questione dopo aver provato il prototipo Trek da 29 pollici della Session. Chiude l’articolo facendo riferimento al fatto che questo tipo di bici intimorisce, probabilmente anche un rider di coppa del mondo…

    A proposito di rider di coppa del mondo, ecco su Instagram un bella foto della Fox 49, immagino la 40 versione 29 pollici (si, ho studiato!), con un’ombra della bici che sembra proprio quella di un marchio spagnolo campione del mondo, oltre che secondo e terzo, nel 2016… Danny Hart su una 29 a Lourdes?

    We go big this year!!! #ridefox #kashima #fox49 #lousãbikepark #portugal #sofast #orangeisthenewblack

    Un post condiviso da Kolja Schmitt (@molschbacher) in data:

  • Ride your f#%king bike, in Memoria di Stevie Smith

    Uno dei più divertenti fil di mtb degli ultimi tempi, che esprime di per sè la gioia e la voglia di andare in bici. Il tutto in un viaggio sulla costa ovest degli USA, dalla California al Canada, per celebrare la memoria di Stevie Smith.

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    Scene di nudismo, trail nei boschi, birra e idiozie a non finire, oltre ad una colonna sonora ad hoc. Kirt Voreis, Josh Lewis e Josh Bryceland sono i protagonisti. Guardatelo e andatevene in bici… #longlivechainsaw