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  • Ultimatum degli Internazionali d’Italia a Milano

    Sono passate già due settimane dall’evento ma evidentemente la tappa degli Internazionali d’Italia di XC ha lasciato degli strascichi su cui ci si sta ancora rimuginando.

    E’ arrivato un comunicato dell’organizzazione che in sostanza recita: nonostante le migliaia di spettatori, nonostante si sia riportata la mountain bike a Milano in Montagnetta, ‘gli intollerabili episodi della tappa di Milano del 12 Marzo mettono in discussione il ritorno della MTB al Monte Stella: “Ad oggi, non esistono le condizioni per un evento a Milano nel 2018”’.

    Spero vivamente sia un ultimatum dettato dalla rabbia e dalla voglia di smuovere le ‘istituzioni’ piuttosto che un comunicato fatto con buonsenso.

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    Ricapitolo un secondo gli intollerabili episodi: chiodi e puntine sul percorso, episodio numero uno, e furti qua e là di bici e materiale. Ma oltre a questi due fattori esogeni, ce n’è almeno un altro endogeno sul perchè di questo ‘ultimatum’. Secondo me più importante dei primi due e sui quali dovrebbe riflettere tutto il movimento italiano di mtb. Paroloni, lo so, ma cazzo io nella mtb in Montagnetta ci credo!

    Ora, per quello che riguarda chiodi e puntine, semplifico ma NON GIUSTIFICO la solita opera dei soliti idioti. Chiunque segue gare e frequenta percorsi di mountain bike sa che più o meno ovunque tutti i luoghi hanno i loro episodi: tavole con chiodi, fili tesi sui passaggi, fili spinati eccetera eccetera. Purtroppo siamo in un paese dove l’ignoranza abbonda per cui tutte le cose buone, come i cambiamenti, incontrano ostruzionismo e, a volte, atti più o meno violenti da persone più o meno note e, comunque, idiote. E succede anche nei ‘più civili’ altri paesi…

    Per quello che riguarda i furti, cito solo il fatto che anche prima della Milano – Sanremo, gara che si è svolte il 18 marzo quindi due settimana dopo gli Internazionali, sono state rubate le bici di un team (qualcosa tipo 10 e passa mila euro a bici) poi ritrovate (e meno male) nel ‘solito’ campo nomadi. E stiamo parlando della Milano – Sanremo, gara di 101 anni di storia. Certo altro budget, altra visibilità, altri rischi e danni economici di organizzatori e partecipanti. Ma rimane un fatto: stesso danno d’immagine a gara e soprattutto città di Milano. E secondo voi, per questo, l’anno prossimo non la faranno?

    Anche a Roma, ho letto qualche giorno fa di una gara podistica dove sono stati compiti furti. In questo caso la refurtiva è stata recuperata dai partecipanti stessi che hanno obbligato le forze dell’ordine a supervisionare, pena l’ingresso in massa (a ridaje) in un campo nomadi. E succede anche nei ‘più civili’ altri paesi…

    Similmente al tema chiodi e puntine, sempre chi fa gare e le segue sa che ahimè spesso capita, anche in questo caso in qualunque località, di sentire fantomatiche bande che rubano dai camper, dagli stand e dalle vetture di partecipanti e spettatori. A me personalmente è successo in uno sperduto paesino ligure al confine con la Francia, durante un weekend di gara, che tentassero di aprirmi la macchina, ma per un motivo o nell’altro non ci sono riusciti per cui mi bacio ancora i gomiti.

    Tutto questo per dire che da milanese nato e vissuto e Milano mi rendo conto dello sconforto e della rabbia che gli organizzatori possono avere ma anche chi non è di Milano può prevedere che, anche per una semplice e stupida legge dei grandi numeri, certe cose possono succedere. Ripeto, sono cose che non dovrebbero e non devono succedere, esattamente come un sacco di cose brutte nel mondo, ma non perchè succedono devono far mollare il colpo sulle cose belle. E la gara di XC in montagnetta è una cosa bella.

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    Allo stesso tempo, ho il timore che un comunicato come quello degli organizzatori possa irrigidire le posizioni. Milano ha i grandi problemi di una grande città e, nonostante le ‘migliaia’ di persone della Montagnetta, ho il sentore che le istituzioni locali non se ne farebbero un cruccio di dire ‘OK, niente internazionali d’Italia a milano nel 2018’. Da spettatore mi sarei aspettato un intervento da parte della Federazione sul tema, visto che il circuito è anche Internazionale e ci rimette il ciclismo italiano in primis, non la città di Milano (tolto qualche viscerale appassionato come chi scrive).

    C’è poi un terzo tema. Da milanese, da cittadino, da persona in giro spesso e volentieri per la città, mi sono ricordato all’ultimo momento dell’evento per un post sui social di uno dei pro che hanno preso all’evento. Sui giornali locali ho visto poca roba, sui social più che altro gli appassionati di sempre. Alla fine se un evento viene fatto in una città, qualunque essa sia, il pubblico da raggiungere non può sempre essere lo stesso. La comunicazione costa, certo, ma se vuoi portare gente qualcosa devi sganciare. E una città come Milano, intesa come istituzione, ti spinge quando vede e (finalmente) capisce che qualcosa si muove: fai comunicazione, porti la gente, la gente viene servita dalle istituzioni con maggiore attenzione. Ma non è certo la prima, Milano, a muovere le cose…

    Per finire, a meno che non ci sia un ‘tentativo’ di ribaltare su altri, e non sugli organizzatori (per N motivi che mi vengono in mente ma che tengo per me), la decisione di non fare la gara a Milano nel 2018 ricordo a tutti quanti quanto segue (preso da Wikipedia):

    ‘L’idea di svolgere lungo il percorso Milano-Sanremo una competizione podistica venne ai membri dell’Unione Sportiva Sanremese. La competizione si svolse il 2 aprile 1906, su due tappe (Milano-Acqui e Acqui-Sanremo), con i premi «Marcia Milano-Sanremo» e «Gara per il Record del chilometro».

    La gara fu un parziale insuccesso. Fu così che l’anno seguente il giornalista Tullo Morgagni, che aveva già lanciato il Giro di Lombardia, ebbe l’idea di utilizzare il percorso per una corsa ciclistica. Sottopose il progetto al vaglio del direttore de La Gazzetta dello Sport, Eugenio Costamagna. Pur con qualche perplessità, Costamagna affidò la realizzazione del progetto ad uno dei più grandi organizzatori di competizioni ciclistiche, Armando Cougnet. Il 14 aprile 1907 si svolse la prima edizione della Milano-Sanremo ciclistica. Al ritrovo, nell’osteria della Conca Fallata di Milano, lungo il Naviglio Pavese, si presentarono trentatré dei sessantadue corridori iscritti. Era una giornata di pioggia e freddo, e a vincere fu il francese Lucien Petit-Breton, sotto contratto con la Bianchi, che completò i 281 chilometri del percorso a 26,206 chilometri all’ora di media.

    Nel 1910 la Classicissima entrò definitivamente nella leggenda delle due ruote, in una giornata d’inferno, con i corridori che cercavano rifugio nelle case lungo il percorso a causa delle condizioni atmosferiche estreme. Dei circa sessanta iscritti solo sette riuscirono ad arrivare al traguardo, ed a vincere fu il francese Eugène Christophe che, convinto di aver sbagliato strada, fu rincuorato dalla vista delle prime case della città ligure.’

    Anche la Classicissima, quindi, ci ha messo un po’ a farsi ‘capire’.

  • Gli Internazionali d’Italia XC a Milano

    La primavera bussa alle porte, canta qualcuno. E a Milano ha bussato davvero forte nel weekend del 11 e 12 marzo regalando alla Montagnetta di San Siro, o Monte Stella, due giorni caldi, in tutti i sensi.

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    Il leit motiv del fine settimana è stata la seconda tappa degli Internazionali d’Italia Series di cross country che ha portato a due passi dal Duomo più di 200 ciclisti di svariate nazionalità a prendere parte alla gara.

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    A fianco a questo, c’è stato uno strascico polemico al limite dell’idiozia che, domenica mattina, ha fatto rinvenire diversi chiodi e puntine lungo il tracciato. Avrei sorvolato alla grande su questo tema se non fosse che una puntina in particolare ha più o meno compromesso la gara di uno degli italiani in gara e un commento degli organizzatori a fine gara (e nei comunicati) ‘minacciava’ che forse Milano non merita questo tipo di manifestazioni. Ci torno dopo, ma veniamo alla gara.

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    Per quello che riguarda il percorso, la Montagnetta di San Siro, con i suoi ben 46 metri di dislivello, è la cosa più alta che ci sia a Milano tolti grattacieli e Madonnina. Non è un dislivello naturale ma il risultato dell’accumulo delle macerie dei bombardamenti su Milano della Seconda Guerra Mondiale, più altri lavori di urbanizzazione. Diciamo che è un riciclo di altre robe che, da una parte si affaccia su Milano e dall’altra sulla periferia ovest, sullo stadio Meazza e, quando c’è il cielo limpido e visibilità ottima, permette di vedere una buona parte del Nord Italia.

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    La Montagnetta è anche il luogo dove buona parte della Milano sportiva va e viene per andare in bici, correre o semplicemente farsi una passeggiata in ‘montagna’ senza dover prendere la macchina o altri mezzi per farsi, come minimo, 30-40KM nel piattume della Pianura Padana.

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    Il percorso, decisamente labirintico, è un continuo su e giù e avanti e indietro per un totale di più di 4KM. Si sale fino in cima, si scende, si risale a metà, poi si riscende, si gira un po’ a sinistra, poi un p’ a destra. Pochi ostacoli artificiali: un rock garden lungo circa 5 metri, una serie si doppi in cima e alla base e qualche tronco di legno rimasto dall’edizione 2016. Il resto è tutto su sentieri o tracce comunemente usate dai milanesi, sportivi o meno che siano, e condito da discreti strappi da ‘chiappe in punta’ e pedalare.

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    La gara delle donne ha visto un parterre interessante dal punto di vista delle forze in campo con il duo. Tanto per dire i numeri 1 e 2 ce li avevano il duo Jolanda Neff, Maja Wloszczowska (che scriverò solo Maja W. perchè il cognome è troppo complesso per me) e Alessandra Keller. Tutte fanciulle che, tra Elite e Under, stanno nella top 10 di coppa del mondo.

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    1, 2, 3 pronti via e la Neff fa l’hole shot alla prima curva.

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    Dopo i primi sue giù è la Keller che tira il gruppo seguita da Maja W. e dalle altre ragazze, con la Neff che cerca di tenere il passo.

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    Le prime due si sorpassano a vicenda un paio di volte a metà gara (6 giri).

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    Ma al penultimo giro è Maja W. che prende il largo, spinge dove e come può.

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    Quindi prima al traguardo Maja. W.

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    La Keller chiude seconda.

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    Terza la Neff.

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    Prima delle italiane Chiara Teocchi, vincitrice a Milano un anno fa, che chiude undicesima.

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    Non è ancora il momento di passare alla gara degli uomini: non è una gara di mtb se non trovi qualcuno in infradito…

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    Nella gara maschile l’attesa è tutta su Marco Aurelio Fontana che in Montagnetta, un anno fa, è stato bruciato sullo sprint da un certo Nino Schurter. Quindi voglia di rivincita.

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    Ma a contendergli la gloria ci sono anche Manuel Fumic, Maxime Marotte e Florian Vogel. Il tedesco parte forte e tira il gruppo.

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    I quattro sopracitati sono il trenino di testa.

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    Tra il terzo e il quarto giro, però, Fontana non si vede più.

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    Come anticipato una delle puntine che qualche buontempone ha seminato per primavera (magari crescessero mazze chiodate da lanciargli poi dietro!) ha visto giusto di infilarsi nell’anteriore di Fontana. Il ragazzo delle volte c’ha una sfi…

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    Il gruppo degli uomini, tra Elite e categorie giovani conta più o meno 140 partenti che sollevano un bel polverone e si vedono anche scene di ciclocrossiana memoria.

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    E la cime della Montagnetta è bella piena di milanesi e non al sole…

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    Ma davanti si continua a martellare e, dopo tre quarti di gara, Vogel è una maglia rossa che spinge a tutta, Marotte cerca di tenergli dietro ma perde colpi, Fumic dopo qualche giro a tirare tutti ‘rallenta’, probabilmente per tirare il fiato.

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    Da qui in poi è solo un misurarsi degli atleti contro se stessi per vedere a che punto è la preparazione per la stagione e vedere quanto si regge nel ritmo gara.

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    Tra gli italiani c’è un ottimo Tiberi che, dopo essersi portato in giro per tutto il tempo il polacco Wawak, chiude in quarta posizione finale.

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    Poi c’è Nadir Colledani, uno di quelli della meglio gioventù italiana dell’XC che, su una delle ultime rampe e dopo aver tallonato Fontana nel suo tentativo di recupero, prova la zampata. Zampata che viene comunque arginata dallo stesso Fontana che, volente o nolente, sullo strappo si alza in piedi e riparte verso il nono posto finale.

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    La gara è quindi nelle mani dello svizzero Vogel, davanti al duo Marotte/Fumic.

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    Per tornare alla polemica del giorno, il fatto che i ‘Milano forse non si merita una gara come questa’ equivale, per me, a dire ‘ok hanno vinto quelli delle puntine’. Mi è stato insegnato, con le buone o con le cattive, che nessuno si merita niente, ma che se lo deve guadagnare. E nel farlo, spesso, si sbaglia.

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    Da milanese di nascita e vita direi che Milano è sicuramente una città atipica per la mountain bike, ma so per certo che una buona dose di milanesi anela uno spazio all’aria aperta e vicino che solo la Montagnetta può dare. Per cui occorre insistere con eventi e manifestazione di questo tipo, Milano li vuole, magari non li chiede (maledetti fighetti!), ma li vuole.

    Le classifiche delle donne:

    Le classifiche degli uomini:

  • Dolcenduro 2017: una mini EWS

    Con il primo weekend di marzo è di fatto iniziata la stagione enduristica 2017. A Dolceacqua si sono presentati in più di 200, per una buona metà,e forse anche più, non erano italiani.

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    La gara è stata vinta da Florian Nicolai davanti ad Adrien Dailly e Alexandre Cure, poi un’infilata di francesi fino al nono posto targato nientepopodimeno che Sam Hill, in zona per il team camp prima degli impegni internazionali.

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    Nella top20 solo 3 italiani: Nicola Casadei, l’unico pro nostrano (anche se di origini ‘titaniche’), Tommaso Francardo, che corre per il team di casa e organizzatore dell’evento (Supernatural) e Giorgio Lazzoni.

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    Anche tra le donne il primo e secondo posto sono da EWS, con Cecile Ravanel che tiene dietro Tracey Moseley.

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    Mi verrebbe da dire che gli stranieri hanno onorato alla grande una delle prime gare italiane con risalto internazionale dell’anno, mentre la stragrande maggioranza dei pro italiani ha scelto una delle prime gare italiane con risalto locale.

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    Su questo tema mi rendo conto di due cose, una sistemica, se vogliamo, e una decisamente soggettiva.

    La prima è che continuo a rimanere dell’idea che ci sono forse troppe gare di enduro in Italia e che, a lungo andare, si sovrappongono tra loro e diventa arduo capire quale andare a fare. Senza nulla togliere ai vari organizzatori locali, mi rendo conto che per un normale concorrente diventa una questione di prezzo: faccio la gara che nella somma prezzo iscrizione + costo viaggio + costo pernottamento (quando c’è) mi costa meno. Di conseguenza, durante l’anno, si polverizzano le gare e quindi la partecipazione.

    Poi, ovviamente, ci sono le gare suggestive come possono essere quelle dei vari circuiti nazionali o internazionali, piuttosto che località di facile accesso più o meno da ovunque, piuttosto che quelle nelle festività o periodi di ferie (estive).

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    La Dolcenduro è una gara arrivata al quarto anno ed è un po’ la tradizionale gara d’apertura della stagione, in più attira stranieri, in più ha visibilità extra confini.

    E questo mi porta alla seconda considerazione, quella di carattere soggettivo, personale. Mi rendo conto che un operatore del settore (intendo marchio, distributore o simile) ha più interesse in una gara locale in quanto il proprio mercato è, appunto, locale. Dal punto di vista economico della faccenda non fa una piega per nessuno, me compreso, immagino e quindi giustifica la latitanza degli italiani, anche dei pro.

    Dall’altra credo che comunque la Dolcenduro potesse essere una buona occasione di confronto un po’ per tutti, soprattutto per i più giovani (o giovanissimi che sembrano andare sempre più forte), ma anche e soprattutto per il movimento italiano in generale che ha modo di confrontarsi con il resto del mondo.

    Con i numeri di rider che alcuni team hanno potevano anche fare mezzo e mezzo. Mi rendo conto dei costi, ma il ritorno era anche visibilità internazionale che fa bene ai marchi internazionali, che fa bene a chi importa localmente questi marchi, che fa bene a chi è testimonial locale dei marchi etc etc.

    Esagerando, sembra una scelta tipo meglio servi in paradiso o re all’inferno…

    Ecco i risultati della Dolcenduro 2017:

    Tutte le foto sono di gentile concessione di Supernatural e 1001sentiers.fr

  • Il mondo della TV e il mondo della mountain bike gravity

    Il tema della mountain bike gravity in tv ‘e’ stato sviscerato, discusso, analizzato di gia” come direbbero Elio e le storie tese. E’ delle ultime ore un comunicato stampa dell’EWS che presenta una partnership tra l’EWS, appunto, e un grande distributore di contenuti televisivi su scala mondiale.

    In poche parole, nei prossimi mesi potreste vedere reportage, servizi video e altro dell’EWS direttamente sul vostro televisore. Ovviamente ancora non si sa chi comprerà i contenuti per la messa in onda se TV generalista, satellitari o canali tematici. In secondo luogo i contenuti sono, credo e per ora, in lingua inglese. Ma su qeusti due punti ci torno tra un attimo.

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    Da appassionato ho pensato 3 cose:
    1. wow, così si allarga il bacino di pubblico!
    2. speriamo che migliorino un po’ le cose, perchè quando becchi in tv vecchie gare di DH e simili ti ammosci proprio
    3. ma oltre al bacino di utenti (appassionati) c’è davvero interesse?

    Per quello che riguarda il primo punto, che è anche legato al terzo, altrimenti non si spiegherebbe economicamente vantaggioso come accordo, direi che chi ha fatto l’investimento l’ha giudicato giusto come, ovviamente, chi produce e vende i contenuti (EWS).

    Nell’era di internet, la tv rimane comunque uno dei mezzi di comunicazione, se non IL mezzo di comunicazione migliore per raggiungere, relativamente velocemente, i grandi numeri e quindi anche target non interessati (che possono interessarsi), target che conoscono il mondo ma non hanno canali di accesso (e che quindi possono ravvivare il loro interesse e cercare e creare nuovi canali di accesso), target di appassionati che quindi hanno a disposizione un intrattenimento di loro gusto.

    Mettendomi per un momento il cappello dell’economista e markettaro che in realtà sono, e generalizzando, nel mondo d’oggi decisamente concentrato in termini di mezzi di comunicazione e intrattenimento di massa, molti operatori stanno cercando, come mossa differenziante, la verticalizzazione dell’offerta. Sui grandi numeri globali, anche una nicchia, come può essere la mountain bike gravity, vale soldoni e, visti i prezzi medi delle bici e dei componenti, non potete negarlo.

    Fin qui è il ‘cosa’. Il ‘come’ mi porta al punto 2: l’ammosciamento. Ogni volta che ho visto un programma/servizio sulla downhill, freeride e simili in TV il commento (in italiano ma anche in inglese su Eurosport e simili) ti fa decisamente voglia di abbassare l’audio e guardarti le sole immagini.

    Ovviamente questo lo scrivo da ‘pubblico esperto’ che quando guarda la gara dei mondiali di Val di Sole vuole gasarsi, divertirsi e gustarsi il video, anche se lo ha già visto, rivisto e rivissuto in mille salse (anche su internet). Un po’ come quei film che hai visto centinaia di volte ma, quando lo passano in TV, te lo riguardi per l’ennesima volta…

    Ora, un Rob Warner che commenta molto probabilmente lo può apprezzare solo un appassionato che, tramite le sue urla, battute e parolacce sa esattamente cogliere l’adrenalina della discesa. Un utente non appassionato, molto probabilmente penserà solo che, divertente o meno il tutto, sia solo un pazzo che parla di altri pazzi che scendono in bici su sentieri da pazzi. E la parola ‘pazzo’ ognuno di noi che ha fatto DH, enduro e simili, se l’è sentita dire più di una volta. Più un ‘bollo’ che una parola.

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    Prendendo il nostro paese, sia la tv di stato che canali verticali sul mondo bici hanno colto il messaggio ma, se in un primo momento a fare i commenti giornalisti presi dal ciclismo di strada o altro, in un secondo momento hanno preso gente del settore. Il cambiamento è stato netto: da persone messe a caso e oggettivamente poco coinvolte, e quindi coinvolgenti, sono state messe persone competenti del settore, quindi coinvolte, ma tutti qui. La capacità di coinvolgere ancora latita. E se latita per un appassionato, figuratevi per uno che non lo è…

    Di qui l’ultimo punto: c’è davvero interesse? Vi risponderei che la scommessa è grande. Sicuramente il fatto di presentare i commenti in inglese, per un ente come l’EWS facilita l’accesso ad un pubblico, quello anglofono, molto disposto alla mountian bike gravity: da una parte gli USA hanno i numeri per fare di (quasi) qualunque sport di nicchia uno sport milionario, dall’altra, la Gran Bretagna sapete bene quanti campioni del mondo ha tirato fuori negli ultimi anni…

    Poi ci sono paesi, tipo Germania, quelli scandinavi, Olanda e Belgio e molti paesi del’est d’Europa, oltre che asiatici, africani e dell’Oceania, dove l’inglese è più una seconda lingua madre che una seconda lingua e basta come da noi. Per cui i numeri si alzano.

    L’interesse da coltivare direi che c’è tutto sta nel come lo si racconta, il che non è facile.

    Per chiudere vi faccio due esempi di sport simili, come tipo di gara, a dh ed enduro, ma tarati sul ‘mercato’ italiano:
    – la coppa del mondo di sci, simile alla DH, negli ultimi anni ha perso un bel po’ di visibilità in TV e grazie ai nuovi canali del digitale sta recuperando un po’ di terreno perso. I commentatori sono preparati, sono ex- sciatori professionisti in molti casi, la gara è veloce, nel senso che i concorrenti partono uno dopo l’altro a distanza di secondi, e le riprese sono simili. Ora, dai tempi di Tomba e la Compagnoni, quanti di voi o della vostra cerchia di conoscenza hanno visto una gara di sci in TV quest’anno o sanno che i mondiali li hanno fatti a St. Moritz (che tutti probabilmente conoscono come località fighetta)?
    – il mondiale rally è da sempre una delle manifestazioni di corse in auto più spettacolari e variegate. Passa dal deserto alla neve, si corrono prove speciali cronometrate, si fanno incidenti pazzeschi etc. Quanti di voi conoscono Sebastien Ogier e sanno che macchina guida (nonostante sia uno dei modelli più in circolazione)?

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    L’EWS ha fatto questa operazione per un tornaconto nel mercato globale in cui opera. Ma per noi italiani appassionati, pensando anche a tutti i risvolti che la cosa potrebbe avere sul movimento gravity italiano, la cosa ha probabilmente effetto zero.

    Ovviamente spero di sbagliarmi alla grande!

  • Anno 2017: le nostre ragazze menano

    Stavo curiosando sul sito dell’UCI per scoprire che fine ha fatto l’uomo dal nome perfetto (cit. Rob Warner) ovvero Nick Beer e, alla fine, mi sono messo a sfogliare tutti i i vari team iscritti alla stagione 2017 di downhill. Due gradite sorprese.

    Nelle fila del Team GT Factory Racing ci trovo Alessia Missiaggia, campionessa mondiale Junior 2016.

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    Mentre in quelle del campione del mondo Elite chi ci trovi? Beatrice Migliorini.

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    Ora, non mi sembra sia uscito qualche comunicato, e nel caso sono stato poco attento. Al di là di questo e sperando che sia l’inizio di qualcosa di bello, in bocca al lupo alle fanciulle che con quei compagni di squadra lì una bella crescita può accompagnare solo!

    Ma Nick Beer, che fine ha fatto?

    Ah, e se interessa anche a voi, stavo smanacciando qui www.uci.ch/mountain-bike/teams/

  • Ancillotti Scarab Evo 2017: una storia breve.

    C’era una volta un’Ancillotti Scarab, aveva un motore, due ruote, parti in metallo e qualcuna in plastica e aveva avuto un grande successo tra gli anni ’60 e ’80. I campi di gara d’Italia ed Europa erano i luoghi dove evolveva e affinava le proprie caratteristiche. Era un mezzo fatto per le gare e da queste ispirato, come tutti i prodotti Ancillotti da sempre. Poi, dall’estremo oriente, iniziarono ad arrivare un sacco di moto con più plastica e meno costo e quindi la Scarab non ci fu più.

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    Negli anni ’90 la casa Ancillotti, di italianissime origini toscane, si reinventa nel neonato mondo delle mountain bike e, piazzandoci anche un erede a correre qua e là, esordisce nel mondo della discesa. La Scarab rinasce, sempre con due ruote, in metallo ma stavolta senza motore. Ha anche il pull shock, un sistema di ammortizzazione (oggi adottato da tutti i produttori di moto) che gli Ancillotti hanno brevettato nel 1980 e che hanno rivisto, perchè no, anche per i loro telai da downhill.

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    Nel 1991, a parte linee e tubazioni, si parte con la solida base di un sistema che ancora oggi è il cavallo di battaglia del marchio italiano. Un marchio piccolo, artigianale, che dimostra come le cose fatte bene durano ben oltre gli stravoglimenti o le ‘innovazioni’ che altri invece cercano di proporre quasi ogni anno.

    Anche se la Scarab ri-esordisce come telaio da discesa, col passare del tempo diventa una versione più light, da pedalare, ma anche da tirare sui rocamboleschi percorsi da 4X. Ecco quindi, nel primo decennio degli anni 2000 una Scarab 4X.

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    Poi evolve il mercato della moutain bike, arrivano nuove ruote e nuove discipline, e gli Ancillotti sono innamorati della discesa. Mettono a punto il loro telaio, fin qui, definitivo da discesa, il DHY e esordiscono con un telaio da 180mm di escursione posteriore da enduro, evoluzione di quello che un tempo fu il freeride, il FRY. Di entrambe potete trovare info nei tempi che furono).

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    Due anni fa si rimettono le mani sul progetto Scarab. Telaio che rimane più leggero, magari si aumenta un po’ l’escursione (da 140 a 160mm) e si riparte dai leveraggi più o meno come e sostanzialmente dove ce li aveva la ‘vecchia’ versione degli anni 2000.

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    Lo Scarab è quindi un prototipo per ruote da 27,5 pollici che preparato grezzo, somiglia a questo… ma c’è qualcosa che non soddisfa al 100% Tomaso, l’erede di casa Ancillotti e un tempo corridore di piste da discesa. L’ispirazione e le successive migliorie, come sempre, vengono dai campi gara che dal motocross sono diventati quelli della downhill per arrivare fino all’enduro.

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    Si lavora smanacciando sui vari componenti manco fosse pongo. E’ metallo si sa, ma la saldatrice è uno strumento del mestiere e fa magicamente evolvere le cose per poi arrivare alla lavorazione del pezzo unico, in questo caso non saldato.

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    Si arriva questo punto a un leveraggio che si sposta davanti al movimento centrale. Prima era dietro, ma ora si sposta perchè ‘funziona meglio e comunque con le ruote nuove non lasciava tanto spazio’ (cit. Tomaso Ancillotti).

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    E c’è anche una cosa nuova. Aiuta ad alzare/abbassare il carro e quindi a modificare, di fino finissimo, anche l’angolo sterzo.

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    Oddio, la fervida mente ancillottiana aveva già adottato la soluzione ormai 30 anni e passa sulle moto da cross, ma siccome funzionava bene perchè non riportarla anche sulla evoluzione della Scarab, ovvero la Scarab Evo?

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    Tant’è…

    Si arriva quindi non ad una sola Scarab, bensì a due: una versione da 27,5, obbligata da quelli che sono i nuovi standard di mercato in fatto di ruote, e una versione da 29 pollici, perchè Alberto Ancillotti dai primordi ha sempre sostenuto i vantaggi di una ruota di maggiore diametro rispetto ad un piccola.

    ancillotti_2017_scarab_evo_27_5

    Nel 2017, quindi, il marchio toscano raddoppia il numero di telaio in offerta per non lasciare insoddisfatti i gusti di nessuno.

    ancillotti_2017_scarab_evo_29

    Come va questa Ancillotti da 29 pollici? Il seguito la prossima puntata…

  • 3 cose nuove che c’erano già 10 anni fa

    Negli ultimi 4/5 anni ogni stagione di mountain bike è stata contrassegnata dall’introduzione di una qualche particolare ‘innovazione’ rivolta a introdurre qualche nuovo standard per la nostra bicicletta.

    Tra misure di ruota, larghezza dei mozzi e lunghezza degli ammortizzatori e molto altro, gli ingegneri, e di conseguenza il marketing (o è il marketing e di conseguenza gli ingegneri?), hanno dato libero sfogo ai loro studi per sottoporci soluzioni sorprendenti e stupefacenti.

    Bene. Ottimo. Fantastico. Ma non è che ci sono cose che c’erano già 10 anni fa almeno? Oppure, non è che cose che 10 anni fa, prodotte da chi c’aveva visto lungo, adesso sono state colte, apprezzate, riprese anche da chi non c’aveva visto lungo allora?

    A tal proposito mi vengono in mente 3 cose.

    1. OK la prima magari non è tanto una soluzione tecnica quanto, magari, estetica. Da quando è nato il progetto Black Box di uno dei principali produttori di sospensioni e la successiva commercializzazione, da parte di questo, di un sacco di forcelle con gli steli neri mi son detto ‘dove ho già visto gli steli neri in passato?’

    Poi quest’anno, un altro grande produttore, ha sfoderato per alcuni modelli dei foderi arancioni (scusate il gioco di parole) e, ancora una volta, ho avuto una sensazione di dejà vu.

    Poi mi sono ricordato di questa:

    marzocchi_z1_2006

    Mi sa che, come sempre, gli italiani ci avevano visto lungo…

    2. Avevo già rimuginato su questo secondo tema qualche mese fa, ma dato che continuo a vedere discussioni sulla corsa al cerchio con il canale grosso… Rispolvero per l’occasione il Sun Ringle MTX33, con canale da 26…

    sunringle_mtx33_2006

    …e per quelli che ‘ma io ce l’ho più grosso (il canale)’ ecco l’MTX 39, con canale da 29,6. Certo, stiamo parlando di due putrelle, ma la lavorazione dei materiali, quella si, che continua ad innovarsi con leghe sempre più leggere sempre perdere in resistenza. E non stiamo parlando di cerchi per taglie plus o fat…

    sunringle_mtx39_2006

    3. A proposito di taglie grandi, ma questa la sapete già in tanti e ve li ricordate come qualcosa che all’epoca era eccessiva e che ora è plus!

    nokian_gazzaloddi_3_0_2006

    Aah… la ciclicità della storia…

    Poi, 10 anni fa, c’era anche questo:

    Kranked 6: Progression, 2007 from kang jin seok on Vimeo.

  • Granparadiso Bike 2016: la mia gara, non quella vera.

    Tra le cose da ricordare del 2016 c’è il mio sverginamento agonistico nel favoloso mondo delle marathon. Avevo anticipato questa mia ‘pedalata delle debuttanti’ a tempo debito e solo ora (dopo 4 mesi di recupero fisico e mentale dallo sforzo) vi racconto come è andata la mia Granparadiso Bike 2016 a Cogne.

    La sera prima della gara, tipo intorno alle 19.30, sono riuscito a rompere il forcellino della front che avevo intenzione di usare in gara. Un cancello da 29 pollici montato in primavera 2016 che Dio solo sa come ha fatto il forcellino a saltare, praticamente da fermo. Spezzato in due. Kaputt. Andato.

    E niente, il primo pensiero, ovviamente, è stato: non ho il mezzo, non farò la gara al meglio, non farò la gara (proprio). Ma in un impeto di orgoglio biciclista ecco che ho spostato la tabella col numero sulla full (sempre 29, si intenda) che uso per i giri alpini e, petto in fuori spalle in dentro e passo dell’eroe, saluto moglie e figli e me ne vado a dormire manco fosse la mia ultima notte o giù di lì.

    Avete presente il freddo cane che sta facendo adesso, almeno nel nord d’Italia? Ecco alle 8.30 di mattina di una domenica 5 settembre a Cogne fa più o meno lo stesso freddo. Solo che sei in pantaloni corti, con solo un giacchetto antivento e la colazione che risale prepotentemente. Poi spunta il sole e la temperatura sale tipo due gradi al minuto.

    Mentre che rimuginavo sul meteo locale e sulle escursioni termiche notte/giorno mi affianco a Martino Fruet, che la Granparadiso Bike l’ha vinta 3 volte, che mi incoraggia con un bel: “Caxxo fai tu qui oggi con il numero sulla bici?” Effetto macigno dei cartoni animati giapponesi…

    Dopo questo buongiorno, ancora più rimuginante, mi allineo sulla griglia di partenza. Più o meno in quella zona verso i turisti della domenica mattina piuttosto che verso gli agilissimi e potentissimi pedalatori delle marathon.

    Vabbè dai si parte. 200 metri e ho la bocca più secca del Sahara d’estate e nel polverone del primo tratto sterrato mi si chiude ancora di più. Tra tensione, emozione, paura e incoscienza, il mio fisico risponde presente.

    Salita e discesa da Valnontey mi sembrano ok ma sono neanche 5KM, per cui ci sta, wow, sono in forma! Si sale nei boschi di Sylvenoire-Lillaz-e-ritorno e qui parte l’ottovolante che aveva anticipato nel video di anticipazione alla gara. Intorno a me gente che molla e gente che inizia a spingere. Ovviamente ho già più o meno una quindicina di minuti di ritardo da chi sta davanti.

    gpbike_2016_io2

    Con questo distacco arrivo ai 15KM dove inizia la lunga salita che, tolto un breve pezzo di discesa verso Montroz, porta alla cima Coppi più o meno a 2100 metri e sopra la frazione Gimillan. A metà della salita il feeling è più o meno quello di 4 o 5 cartoni di acqua legati ai piedi ma tengo duro.

    Si entra nel tratto che è puro sentiero: stretto, tortuoso, pietre, radici, tornanti più stretti dei pedali alle pedivelle. E un sacco caldo. Boccheggio.

    Comincia a farsi vivo un certo desiderio di mollare. Il terreno sembra colla. Ogni pedalata mi spinge più in dietro che avanti e… basta. Fermo. Bollito. Annebbiato. Stanco. Mollo il colpo. E questa sequenza va più o meno avanti per 10 minuti, forse più. Poi mi dico:”Arriviamo all’inizio della discesa e vediamo come butta. Al massimo mi fermo a Gimillan”. Le parole e la pacatezza non erano proprio queste, ma tralasciamo.

    Parte la discesa e parte anche la ripresa. Mi riposo un sacco e mi stupisco di come comunque riesco a tenere dietro al percorso. Nonostante tutto ho visto che su molti tratti di discesa sono tra i primi 30 di giornata su Strava. Probabilmente ce n’erano altri 200, prima di me, che Strava non lo usano…

    Delle centinaia di persone che mi hanno passato in salita ne recupero, a vista, ovvero a 30 metri davanti a me, più o meno una trentina. Ma appena riparte il pedalato (e stavolta è lungo fino a Lillaz, circa 15KM) mi vanno via di nuovo. Chiedendo lumi ad uno di questi fuggitivi rimasto per qualche minuto alla mia ruota, la sua risposta è stata: ‘E’ che in discesa faccio proprio schifo, sono piantato’. Tempo 30 secondi e mi scompare davanti anche lui.

    Pedalo in modalità vacanza fino a Lillaz dove, nel boschetto di verso la Valeille mi riprendo per la 300esima volta e, mancando ormai poco, mi carico per la fine.

    gpbike_2016_io

    Talmente carico che viaggio a velocità porcospino per tutto il secondo passaggio nei boschi di Sylvenoire ma vado a tutta sull’ultimissima discesa. Arrivo nel prato di Sant’Orso dove c’è l’arrivo. Vedo davanti a me, a meno di 50 metri, due concorrenti che si stanno avviando al traguardo chiacchierando pacifici. Già mi immagino di sverniciarli, se non subito almeno in volata.

    Ma gli infami si girano, mi vedono, e buttano la catena sull’11. Io ero nei dintorni nel 21 e mi sembrava di essere su un rapporto duro. Non mi resta che abbandonare la sfida e passare l’arrivo in 270esima posizione su 314 arrivati a circa 1 ora e 25 minuti dal primo.

    Il mio orgoglio mi dice di dirvi che i partenti erano più o meno 1.400 e che in 1.130 si sono ritirati mentre io ho tenuto botta. La verità è che ho creduto di tenere la gamba dei primi 15KM ma era troppo al di sopra delle mie capacità. Ci ho provato e l’ho finita.

    Obbiettivo per il 2017 è arrivare dentro i 200. Ovvero, a parità di percorso, circa 20 minuti di meno.

    Per onor di cronaca, tra la gente seria la gara è stata dominata da quello che, a settembre, era il team Lapierre Trentino con Martino Fruet a tirare tutta la gara salvo cavallerescamente cedere la posizione, la prima, a Pippo Lamastra, eroe cognein, alla sua ultima Granparadiso Bike con i colori suddetti. Il loro tempo è stato poco più di due ore.

    gpbike_2016_pippo_lamastra

    A 25 minuti da loro, in prima posizione tra le donne, la loro compagna di squadra Anna Oberparleiter.

    gpbike_2016_martino_fruet

    Ci si rivede nell’estate 2017.

    Qui, con vergogna del mio risultato, vi metto la classifica:

  • Team Ancillotti 2017: coronato un amore

    Un amore che si corona, così verrebbe da dire scoprendo il nuovo team factory tutto italiano di Ancillotti per la stagione 2017.

    Si perchè se la famiglia Ancillotti e la famiglia Von Klebelsberg si frequentano da qualche anno, tolta un pausa di Johannes (Von Klebelsberg, non Ancillotti) non più tardi di due stagioni fa, un ‘matrimonio’ ufficiale non c’era mai stato.

    ancillotti_team_2017_johannes_von_klebelsberg_formula

    E così, dopo anni che l’altoatesino, campione in carica Gravitalia, cavalca un’Ancillotti ma sempre vestendo altri colori sociali, nel 2017 si vestirà dei colori dell’azienda tosco-canavese (in realtà è tutta toscana, ma Tomaso si è trasferito…).
    Tra l’altro, come cita il comunicato ufficiale, Von Klebelsbergè stato vincitore del 50% delle gare disputate nel 2014 e nel 2016 contando anche il campionato italiano. Non male come media ancillottiana…

    ancillotti_team_2017_johannes_von_klebelsberg

    La seconda notizia nella notizia è che Johannes si focalizza sull’enduro. Una volta (e forse anche adesso), sui campi di gara si scherzava dicendo che l’enduro è la pensione anticipata dei ‘vecchi’ discesisti. Ma visto che l’enduro è una disciplina in crescita, è giusto che ci crescano anche i giovani talenti nostrani.

    Oggi mi hanno preso la pelle

    Una foto pubblicata da Andrea Gamenara (@andrea.game) in data:

    Nel team iperconfermato il veterano di mille battaglie Andrea Gamenara e confermati l’allievo Simone Pelissero e lo Junior Filippo Masotti. Entrano nuove leve il campione italiano allievi Matteo Saccon , lo junior Alberto Stopani e l’amatore Fabio Di Renzo. Vista la ancillottiana capacità di far crescere nuove manette, chissà che anche stavolta non ci abbiano visto lungo.

    A supportare il team alcuni marchi italiani come Formula (stavolta con freni, sospensioni e ruote) e Ufoplast, partner storici, affiancati da Maxxis, Renthal, Yep components e HT pedals.

    Un primo giro del team al completo sarà questo weekend, 14 e 15 gennaio, a Sestri Levante in occasione della tappa dell’Enduro Winter Trophy ligure.

    © Foto di Ancillotti e Formula.

  • Dolcenduro 2017: quando il locale diventa internazionale

    Visto l’andamento degli ultimi anni, sembra che, in Italia, più vicino al confine sei più cerchi di lavorare con quelli al di là del confine. Questo accade storicamente in tutti gli ambiti dell’economia nazionale e anche nella mountain bike è così. Pensiamo alle interazioni sul confine austriaco o sloveno, ma anche su quello francese c’è un bel movimento.

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    La Dolcenduro, nata qualche anno fa, è ultimamente la prima gara dell’anno e da due anni fa parte del circuito 1001 Enduro Tour, il circuito enduro della Costa Azzurra che, come recita il sito, esiste dal 2007 (più alcune gare qua e là che si corrono anche dal lontano 1989, sempre in Costa Azzurra).

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    Dietro alla Dolcenduro, che vi ricordo avrà luogo a Dolceacqua, a due passi dal confine francese, appunto, c’è Supernatural, associazione che promuove il turismo a due ruote pedalate nell’estremo occidente ligure i cui esimi rappresentanti possono essere riconosciuti in Stefano Scialli e Leandro di Franco. Quest’anno hanno anche un main partner, Nukeproof, che dà anche il nome all’evento: Dolcenduro Nukeproof Enduro Challenge 2017. Boom baby!

    Le iscrizioni si aprono domani (su 1001sentiers.fr) e, sotto sotto, sto pensando se non sia il caso di partecipare…